Track 1 – Pensare il paesaggio

Come osserva Michel Collot, il paesaggio appare oggi al centro “di un rinnovato interesse in tutti i campi della vita sociale, intellettuale, letteraria e artistica”. Oltre alla sempre più frequente ricorrenza del termine nei discorsi degli studiosi, il paesaggio è utilizzato sempre più come una categoria o metafora utile per interpretare il presente, dare forma a diagnosi epocali o a sintetizzare tendenze e processi predominanti, in atto e collettivi, come indicatore o veicolo di particolari inquietudini, tensioni e interrogativi di natura sociale, politica, ambientale o estetica e così via.

Se l’ambito della teoria e della concettualizzazione, in cui si definisce ciò che esso complessivamente rappresenta per noi, sembra celebrarne il trionfo – suggerendo di fatto a Michael Jakob l’espressione onnipaesaggio – secondo Augustin Berque questo segnalerebbe al contrario che non siamo più in grado di avere una pensée paysagère e dunque di pensare al paesaggio come a qualcosa nel quale sia bello vivere, come attesta anche nel nostro paese l’opera di continua erosione e distruzione paesaggistica.

Ciò che sembra mancare è dunque una riflessione che, sulla scia di Berque, evidenzi la profonda circolarità tra la capacità di pensare il paesaggio e la qualità della nostra vita: ritenere il paesaggio un elemento chiave del benessere individuale e sociale arricchisce la consueta modalità di pensarlo, in quanto la fluida e non sempre afferrabile dimensione delle percezioni soggettive e collettive sta ormai dimostrando non solo legittimità scientifica, ma soprattutto larga efficacia nei processi di gestione delle prassi territoriali.

Pensare il paesaggio implica dunque un percorso di consapevolezza da parte del soggetto nei confronti dei contesti che ospitano le dinamiche del divenire del quotidiano. È innanzitutto un coinvolgimento sensoriale che si alimenta di innate predisposizioni e comportamenti, frutto di processi evolutivi ancestrali ben evidenziati da una prolungata e prestigiosa tradizione scientifica (Appleton, Tuan, Wilson) che hanno trovato ampia risonanza nelle traiettorie di ricerca in cui gli studi territoriali si sono intersecati con la psicologia ambientale. Echi tutt’altro che trascurabili di questo fecondo connubio sono agevolmente rinvenibili nella CEP fin dal suo preambolo e dai primi articoli, dove specifiche parole chiave evocano l’auspicio di un innovativo ripensamento concettuale dell’idea di paesaggio (Olwig, Wiley). Gli si attribuiscono infatti non solo caratteristiche puramente strutturali, funzionali, sociali e simboliche, ma si menziona il suo ruolo nel garantire la soddisfazione degli esseri umani, la qualità della vita, la sicurezza ecologica, il tutto tenendo in considerazioni le percezioni degli abitanti.

Pensare il paesaggio significa dunque, in ultima analisi, prenderne in carico la dimensione riflessiva senza dimenticare che interrogarsi sulle teorie, le definizioni, gli archetipi e i modelli paesaggistici implica – sempre – riflettere sulle teorie, le definizioni, gli archetipi e i modelli generativi del nostro stare-al-mondo.

Le proposte di sessione e di contributo indirizzate a questa track dovrebbero indagare e riflettere sulle diverse dimensioni del pensare il paesaggio, prendendo ad esempio spunto dalle seguenti domande: 

  • Si può ancora ritenere efficace il termine paesaggio per interpretare la complessità del presente? Di fronte alle multiformi tipologie del degrado ambientale che stanno cambiando la nostra rappresentazione della terra e della sua storia (vedi Antropocene), quali conseguenze si stanno generando nel modo di pensare e interpretare il paesaggio e la qualità della vita?
  • Tenendo conto del fatto che la CEP promuove “la formazione di specialisti nel settore della conoscenza e dell’intervento sui paesaggi” (art. 6), quali luoghi, eventi, autori, testi, concetti o correnti di pensiero della contemporaneità stanno arricchendo/potrebbero arricchire la conoscenza paesaggistica?
  • Quanto la dimensione teorica preesistente della riflessione sul paesaggio ha influenzato il testo della CEP e quanto quest’ultima ha dato un nuovo impulso al “pensiero paesaggistico”, suggerendo nuove domande, direzioni di ricerca, nodi critici, modi di pensare?
  • Che cosa significa “pensare il paesaggio”? Può il paesaggio essere concepito in chiave puramente teorica e venire utilizzato come un concetto slegato da qualunque riferimento empirico concreto? Ha ancora legittimità scientifica pensare il paesaggio come sfondo fattuale e processo territoriale per il benessere individuale avvalendosi dello studio delle percezioni soggettive?
  • In che modo la riflessione paesaggistica attiva in ambito geografico, filosofico, giuridico, artistico ecc. può contribuire all’elaborazione “dei principi generali, delle strategie e degli orientamenti” che secondo la CEP (art. 1) devono orientare concretamente le pratiche di salvaguardia e pianificazione del paesaggio?

Track chairs: Marcello Tanca (Università di Cagliari) / Francesco Vallerani (Università di Venezia Cà Foscari)


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